Piccoli suggerimenti di lettura…

Archivio per marzo, 2009

Edgar Allan Poe – I racconti del mistero, dell’incubo e del terrore

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Il gatto nero, La caduta della Casa Usher, L’uomo della folla, I delitti della Rue Morgue: sono soltanto alcuni dei migliori racconti creati dalla penna di uno degli scrittori più ispirati ma anche più incompresi della storia della letteratura. Poe, poeta visionario e “maledetto”. Visioni oniriche, creature soprannaturali, castelli, abbazie e tanto altro ancora nei suoi racconti. Che ci mettono di fronte ai lati più oscuri della mente, alle inquietudini che da sempre accompagnano l’uomo nel suo cammino. Nella brevità di ogni singolo racconto trova compiuta espressione un piccolo mondo a sé stante, un mondo fatto di sogni, simboli e rivelazioni inaspettate. Episodi che spesso lasciano il lettore sospeso a metà, con più interrogativi di quanti non riescano a risolverne. E poi ancora donne straordinarie e affascinanti (come Ligeia e Morella, protagoniste degli omonimi racconti) – nelle cui descrizioni si può leggere una bellissima anticipazione dei motivi vampireschi della produzione letteraria immediatamente successiva a Poe –, mascherate teatrali e grottesche (ne La mascherata della Morte Rossa e in Re Peste), presenze metafisiche e terribili (L’ombra). Tutto crea un’atmosfera senza tempo, sospesa nel breve spazio della visionarietà di un sogno, un’atmosfera che rievoca i fantasmi del doppio di Stevenson e Wilde. Una produzione geniale, quella di Poe, tutta da scoprire. O ri-scoprire. 

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Samuel T. Coleridge – La ballata del vecchio marinaio

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Natura e soprannaturale, leggenda e storia umana si uniscono in una serie di simbologie che rendono la Ballata di Coleridge un classico della letteratura romantica inglese e non. Il vecchio marinaio racconta la propria storia, più fantastica che reale. Quello che sembrerebbe un classico resoconto di viaggio, si scopre in realtà un’ode alla natura e ai suoi misteri impenetrabili al cuore e alla mente dell’uomo. Il quale non può peccare di superbia, ribellandosi alle leggi eterne dell’universo, ma al contrario è necessario che le accetti e le rispetti. L’uccisione dell’albatros da parte del marinaio ha dunque il gusto di un racconto mitico. L’infrazione dell’ordine cosmico e supremo da parte del marinaio deve essere punita. Nello sguardo vivo e brillante del vecchio marinaio – glittering eye, come scrive Coleridge – è facile vedere un riflesso della sua condizione di “Ebreo errante”, di colui che, vagando senza sosta alcuna, deve ripetere il proprio rito di espiazione rievocando di quando in quando il peccato commesso. Solo così potrà forse riscattarsi agli occhi della Natura. Benevola eppure maligna.

Gabriel García Márquez – Cent’anni di solitudine

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Capolavoro indiscusso del Novecento, Cent’anni di solitudine è il grandioso ed epico ritratto della vita di una famiglia attraverso un “viaggio” lungo oltre un secolo. Un viaggio che perde la connotazione di realtà, per sfumare nella simbolicità atemporale del Mito. Tutto sembra avvolto in un’atmosfera mitica, in una nebbia che sembra disorientare il Tempo stesso. Perché se il romanzo sembra, a prima vista, presentare uno svolgimento lineare del tempo, in realtà esso non fa altro che riproporre di volta in volta personaggi e situazioni secondo uno schema ciclico. È la Storia che si ripete, è il ritmo incessante della vita della famiglia Buendía scandita da un eterno alternarsi tra la nascita e la morte. E in tutto questo la casa, simbolo di ciò che dovrebbe garantire l’unità del nucleo familiare, diventa invece luogo di decadenza e di solitudine, luogo entro il quale si consuma la solitaria esistenza dei personaggi. La solitudine – altro grande tema del romanzo – prende vita e si consolida nel corso dei fatidici cento anni, relegando gradatamente nell’oblio tutti i membri della famiglia. Dalla cecità di Ursula, alla clausura di Rebeca, alla follia militare del colonnello Aureliano – tutti, nessuno escluso, sono accomunati da questa inesorabile condizione di solitudine e clausura (più o meno figurata) che li isola ai loro stessi occhi e a quelli del mondo. Una parabola di grandezza e decadenza, di gioia e tristezza. Imperdibile. 

Goethe – Le affinità elettive

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Le affinità elettive. Probabilmente non il più famoso romanzo dello scrittore tedesco, ma forse il più poetico. Poetico perché Goethe dà voce ai moti dell’animo, alle relazioni interpersonali alle quali la vita ci spinge, ai meccanismi che regolano i rapporti tra gli esseri umani. In questo senso, volendo leggere il titolo come parte integrante del romanzo stesso, mai scelta fu più indovinata. Attraverso uno splendido accostamento tra l’uomo e la natura, Goethe ci induce a considerare la complessità del cuore umano, sempre in bilico tra l’essere e il dover essere, tra ciò che siamo nel profondo della nostra anima e ciò che la morale e la società ci impongono. Come elementi chimici, risentiamo degli influssi che esercitiamo vicendevolmente gli uni sugli altri, seguiamo le nostre inclinazioni, diamo vita a nuove e inaspettate alchimie. E allora, di nuovo, ci ritroviamo di fronte al dilemma: cuore o ragione? Si potrebbe rispondere – parafrasando il grande Pascal – che il cuore ha le proprie ragioni precluse alla ragione stessa. Si potrebbe rispondere che necessariamente il sentimento deve fare posto alla legittimità della morale. Il romanzo diventa strumento di riflessione e scandaglio del cuore e della mente. Il tutto per mezzo di massime e osservazioni di gusto a tratti filosofico che sono caratteristica essenziale dello stile di Goethe. Intenso, lirico, ispirato.

Lewis Carroll – Alice nel Paese delle Meraviglie

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Vivace e giocoso, Alice nel Paese delle Meraviglie non è esattamente un romanzo per ragazzi. E per accorgersene basterebbe affrontarne la lettura in lingua originale. I giochi linguistici, le parodie della e sulla lingua stessa si nascondono all’ombra di ogni singola parola. Carroll si diverte a sfidare la sensibilità linguistica del lettore, creando delle vere e proprie girandole di parole che investono tutti i livelli che compongono la lingua nel suo insieme. Suoni, forme, parole, significati si intrecciano e danno vita a inaspettate creazioni linguistiche che si modellano alle vicende fantastiche raccontate nel romanzo e ai loro stravaganti protagonisti. La creatività di Carroll fa sì che il mezzo linguistico sia insieme svago e momento di sfida alle capacità ludiche del lettore. E così, mentre seguiamo da vicino le avventure della piccola Alice in un mondo incredibile, ci ritroviamo coinvolti in un gioco continuo tra suoni e parole. E senza neanche accorgercene, ritroviamo il ragazzino che è in noi, con la voglia di giocare e di evadere dalla grigia quotidianità per entrare in un mondo fantastico. Nel “paese delle meraviglie”.

1day1book – 1000 visite!

Cari lettori,
il blog 1day1book ha appena raggiunto le sue prime mille visite. Un traguardo piccolo ma importante, reso possibile grazie a voi tutti, lettori più o meno assidui, che ogni giorno frequentate questo blog. E adesso un’anticipazione: a breve verrà inaugurata una nuova sezione dedicata alla poesia, che andrà ad arricchire l’elenco delle proposte di lettura.
Grazie a tutti e buona lettura!

Francesca 

 

Aldous Huxley – Il mondo nuovo

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1932. Huxley scrive un romanzo a dir poco avveniristico. Immagina una società perfetta da ogni punto di vista, senza ombre, in cui il benessere regna sovrano e il dio progresso è l’unico credo. Una sorta di paradiso. Ma cosa succede quando un individuo di una società ritenuta “selvaggia” – e perciò inferiore – viene a contatto con questo mondo? Ovviamente il tentativo del Selvaggio di promuovere un interscambio positivo di valori tra le due realtà è del tutto inutile – e qui ci tornano in mente situazioni e personaggi dei quali Orwell scriverà anni dopo. Ma quelle create da Huxley sono atmosfere molto vicine alla fantascienza, tanto più inattese se si pensa all’epoca in cui il Il mondo nuovo viene concepito e realizzato. Di certo una buona chiave di lettura, nonché un ottimo spunto di riflessione, ci viene dall’epigrafe che apre il romanzo. Davvero le utopie ci aiutano a vivere meglio e ad avere una fiducia incondizionata nel presente e nel futuro più prossimo? Davvero ci fanno sentire più coscienti di noi stessi e dunque più liberi? O forse la libertà è un bene più prezioso di quanto si possa immaginare e che non può essere racchiuso in vuoti stereotipi? Meglio essere un po’ meno perfetti. Ma più liberi. 

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