Piccoli suggerimenti di lettura…

Archivio per febbraio, 2009

Raymond Chandler – Il grande sonno

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Con Chandler inizia la grande stagione del noir. Perché Chandler è capace di creare storie che si discostano dai canoni del giallo classico. In tutti i suoi romanzi non ci troviamo di fronte alla tradizionale indagine di un investigatore incaricato di scovare il colpevole per assicurarlo alla giustizia. Ben lontano dai suoi predecessori, – Poirot e Sherlock Holmes su tutti – ne Il grande sonno il detective Marlowe si ritrova coinvolto in prima persona in un vortice di ricatti, omicidi e misteriose scomparse. Il private eye creato dalla penna di Chandler è un temerario, un lupo solitario. Porta avanti le proprie indagini opponendosi  a tutto e a tutti, se necessario persino alla polizia. Cammina lungo il confine sottile tra legalità e illegalità, tra giusto e sbagliato. E seguirlo passo dopo passo nelle sue avventure vuol dire seguirlo nel suo viaggio attraverso i luoghi notturni e oscuri della città, luoghi ricchi di mistero, in cui si ha sempre la sensazione che stia per accadere qualcosa. E in effetti la suspense non manca, nei romanzi di Chandler. Anzi, tale effetto di “tensione” è il punto di forza della tecnica narrativa dello scrittore statunitense. Il successo de Il grande sonno è stato a dir poco immediato. Come non ricordarne l’adattamento per il grande schermo, protagonista il leggendario Bogart? Ed è così che il genere noir si conferma, da sempre, letteratura contemporanea, legata al presente del proprio tempo. Un successo che dura. Ancora oggi.

James Joyce – Gente di Dublino

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Gente di Dublino: splendido ritratto di una città vista attraverso gli occhi dei suoi stessi abitanti. Nei suoi quindici racconti, Joyce ci consegna l’affresco di una Dublino colta in tutte le sue sfumature. L’umanità provinciale ma variegata propone un itinerario simbolico che parte dall’infanzia per arrivare alla maturità e alla vita pubblica, secondo uno schema lineare che riproduce sulla pagina scritta tutte le stagioni della vita umana – da Arabia a Una madre, sino all’epilogo de I morti. Ma nella totalità della descrizione di Joyce si staglia ben netto il tema di fondo, il comune denominatore della realtà e della vita quotidiana della Dublino di primo Novecento: il senso di immobilità, di paralisi. Che impedisce a tutti i protagonisti di rompere i legami opprimenti con la propria città. Quel muro invalicabile che li separa da un’altra esistenza possibile e soltanto vagheggiata. Quell’ostacolo che si oppone alla fuga di chi vorrebbe deviare il corso della propria vita. E questo desiderio di cambiamento è tanto attraente quanto angosciante. Perché abbandonare le proprie certezze e le proprie radici a favore dell’ignoto è una scommessa, una sfida da accettare coraggiosamente ad occhi chiusi. È l’azione che si oppone all’inazione. E l’inazione, l’immobilità degli abitanti della città irlandese è simboleggiata dalla incantevole immagine finale del romanzo, in cui è racchiuso tutto il senso poetico dell’opera di Joyce. È la neve che copre ogni cosa e pacifica ogni conflitto. Che rende uguali i vivi e i morti.

Luigi Pirandello – Uno, nessuno e centomila

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Realtà o finzione? Essere o apparire? Il protagonista del romanzo pirandelliano si ritrova all’improvviso e un po’ per caso a dover fare i conti con una considerazione a prima vista innocua: l’uomo non è ciò che crede di essere, ma vive diverse identità a seconda del giudizio altrui. E così ognuno di noi può avere mille personalità differenti che ci vengono attribuite ogniqualvolta ci relazioniamo agli altri. Ma se si prova a demolire l’immagine che di noi si è costruita all’esterno, si rischia di sprofondare nel baratro della follia. Follia agli occhi degli altri. Agli occhi persino dello specchio. Oggetto rivelatore per antonomasia dell’apparire dell’uomo a sé stesso, esso in realtà non fa che confondere ancora di più l’identità dell’uno con l’identità dei centomila che convivono in lui. Quello che appare allo specchio non è l’io in carne ed ossa. Ne è soltanto una pallida copia, ancor più sbiadita perché colta nella fissità inespressiva di una maschera. La maschera non vive. Nasconde. Nasconde la persona alla vista altrui e ne restituisce un’immagine per nulla autentica. E allora: qual è la verità, tra le centinaia possibili? E ammesso che ne esista una, qual è il confine tra questa verità e la finzione? Sollevando tali questioni “filosofiche”, il Pirandello romanziere affronta ancora una volta – dopo Il fu Mattia Pascal – la problematica della definizione dell’io. Antica quanto l’uomo e pur sempre attuale. 

Gustave Flaubert – Madame Bovary

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Romanzo realista, quello di Flaubert. Realista per ambientazione, realista per descrizione. Attraverso la storia di Emma, lo scrittore francese descrive efficacemente una realtà – quella borghese di metà Ottocento – piena di luci e ombre. Agiatezza economica da un lato, senso di noia e insofferenza per una vita sempre uguale a sé stessa dall’altro. Ed ecco che la mente sensibile cerca rifugio in una sorta di dimensione parallela che permetta il distacco da una realtà soffocante ai limiti dell’oppressione. Ma sogno e realtà molto raramente coincidono. Al contrario. Viaggiano lungo percorsi paralleli, spesso destinati a non incontrarsi mai. La scoperta della distanza incolmabile che li separa induce Emma alla disperazione nonché alla soluzione estrema. La storia infelice della sfortunata Madame Bovary può dunque essere letta come la raffigurazione di una volontà troppo debole che si scontra con un realtà ben diversa da quella che si desidera. Personaggio perfetto per una tragedia, Emma Bovary. Per un dramma da rappresentarsi sul palcoscenico della vita. 

Mary Shelley – Frankenstein

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Composto di getto e quasi per gioco da una giovanissima Mary Shelley, Frankenstein o il Prometeo moderno – questo il titolo completo – si annovera tra i più classici romanzi gotici. Nella narrazione delle disavventure del dottor Frankenstein, si uniscono e si intrecciano tutti gli ingredienti del gotico: terrore, suspense, senso dell’orrore. Affascinato dal potere della scienza, Frankenstein è convinto di poter ridare vita alla materia ormai morta. Invece non crea altro che un “mostro” (come viene più volte definito nel romanzo), una creatura pericolosa e incontrollabile. Colpevole, come un nuovo Prometeo, di aver voluto travalicare i limiti della natura e dell’esistenza umana, verrà inesorabilmente trascinato alla rovina dalla sua stessa creatura. Il desiderio, insito nella natura dell’uomo, di rendersi immortale, di sfidare la caducità del tempo e la corruzione della materia è un divieto che non può essere infranto. Perché una volta contravvenuti alla suprema legge della natura, ciò che ne deriva può essere soltanto dolore e distruzione. Neanche l’uomo può sconvolgere questo ordine prefissato, malgrado abbia dalla sua i potenti mezzi della scienza. Ed è per questo che, al di là di una fantastica creazione di un vero e proprio mito letterario, il romanzo di Mary Shelley è anche una riflessione sul destino dell’uomo e sul suo posto nell’universo. Un universo che si rende inafferrabile proprio nel momento in cui pensiamo di averne compreso i segreti più nascosti.

Robert Louis Stevenson – Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde

dottor-jekyll-e-mr-hydeIl breve romanzo firmato Stevenson ci porta alla scoperta del carattere distintivo della psiche umana: il dualismo tra il bene e il male. Che lo scontro tra queste due facce della medaglia non sia una tematica nuova in letteratura, è un dato di fatto. Tuttavia Stevenson la affronta in un modo del tutto personale. E la chimica, da poco affacciatasi al mondo moderno, diventa il lato inquietante di una scienza che non si configura come positiva e portatrice di benessere, al contrario. La nuova scienza può essere anche sconosciuta e pericolosa, uno strumento che apre un abisso sul versante oscuro della personalità e che pone l’uomo razionale in netto contrasto con l’Altro da sé. Ciò risulta tanto più inquietante se si pensa che il male può irrompere improvvisamente da un momento all’altro, sgretolando quella superficie di apparente normalità che caratterizza la Londra di fine secolo. Ed ecco che l’Altro diventa ancora una volta il mostro per eccellenza, l’elemento negativo da estirpare a tutti i costi e con ogni mezzo (sia esso la scienza o la magia). Si ripropone allora di nuovo l’interrogativo: è possibile separare e sconfiggere il male insito nella natura umana? Se l’uomo altro non è che la risultante di due dimensioni antitetiche, come risolvere il problema fondamentale sull’esistenza? Il caso del dottor Jekyll e del suo alter ego non è soltanto una storia fantastica. È una manifestazione di quell’inquietudine di fine secolo che forse ancora oggi ci appartiene. Almeno in parte.

Apuleio – Amore e Psiche

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Senza dubbio la più famosa favola del mondo occidentale. Inserita a metà di quello che viene ritenuto il primo romanzo della latinità, le Metamorfosi – insieme al Satyricon di Petronio – la novella o favola di Amore e Psiche è diventata un topos letterario che ha avuto una diffusione sorprendente in ogni campo. Un esempio su tutti, l’omonima opera di Canova. Ma il mito tramandatoci da Apuleio ha una complessità di implicazioni e di significati che sfuggono a prima vista. Di sicuro nel personaggio di Psiche è facile ritrovare un simbolo del tentativo dell’anima umana di avvicinarsi ad un mondo inintelligibile e ultraterreno, secondo le tesi di grandi nomi della nostra letteratura, da Boccaccio a Leopardi. Ma c’è dell’altro. La favola di Amore e Psiche è anche un’autentica testimonianza della grandezza di Apuleio. Scrittore, retore, filosofo, mago. In Amore e Psiche, così come lungo tutte le Metamorfosi, si ritrova e si riflette, come in un gioco di specchi, la variegata cultura del genio di Madaura. Una sapienza ed una sensibilità artistica che gli permettono di creare un capolavoro senza tempo. Un romanzo dall’ambientazione mitica che ci permette ancora oggi di sognare, trasportandoci in luoghi e tempi dimenticati. Una breve fuga dalla realtà quotidiana. 

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